martedì 13 novembre 2007

Finanziaria, maggioranza battuta

da "Corriere" del 13 novembre 2007

Passa con 9 voti di scarto un emendamento di An sull'aumento dei fondi per l'Università. Prodi «fiducioso»



ROMA - Governo e maggioranza battuti in senato su un emendamento del senatore di An, Giuseppe Valditara, all'articolo 52 della Finanziaria sull'istituzione di un fondo di 550 milioni per incrementare il finanziamento delle università. L'emendamento, approvato con 161 sì, 152 no e 3 astenuti, puntava ad aumentare di 40 milioni il fondo per aumentare l'assegno di dottorato di ricerca.
LA PRIMA VOLTA - È la prima volta che il centrosinistra va sotto da quando è iniziato l'esame della manovra. Con la Cdl, su questo specifico emendamento, hanno votato anche i senatori dell'Ulivo, Lamberto Dini e Giuseppe Scalera, e quello del gruppo Misto (ex An ed ex Margheria), Domenico Fisichella. Proprio Dini e Fisichella sono considerati due dei parlamentari che potrebbero passare nelle fila del centrodestra e su cui il leader dell'opposizione, Silvio Berlusconi, conta per poter far venire meno il sostegno all'esecutivo (che al Senato conta di un solo voto di vantaggio, oltre ai senatori a vita) e arrivare così alle dimissioni di Prodi.
LE ALTRE DEFEZIONI - Con la Cdl non hanno però votato soltanto gli esponenti dell'area liberale dell'Unione, ma anche due senatori provenienti dalle fila di Rifondazione e ora indipendenti, i «ribelli» Fernando Rossi e Franco Turigliatto, che già in passato avevano preso le distanze dalla linea ufficiale dell'Unione. Si sono invece astenuti i tre senatori socialisti (Angius, Barbieri e Montalbano), mentre Manzione sembra non abbia proprio preso parte al voto.
«MANI LIBERE» - Lamberto Dini ha rivendicato la propria decisione spiegando di non ritenersi vincolato alla posizione ufficiale del centrosinistra. «Mani libere? Continuerò ad averle sempre, ora e dopo», ha detto ai cronisti presenti a Palazzo Madama dopo il voto che ha mandato sotto la maggioranza. Eq uesto, ha spiegato, perché «non siamo nel Pd e non abbiamo nessun vincolo di mandato». «Nodi critici» per l'ex premier rimangono. Non li elenca, ma spiega che grazie ai liberaldemocratici «si stanno facendo dei passi avanti», come sui precari. E aggiunge: «Cerchiamo di limitare i danni e puntiamo a evitare ogni aumento di spesa in generale».
PRODI «FIDUCIOSO» - «Abbiamo preparato tutto bene, per domani sono fiducioso» ha detto il premier Romano Prodi in merito all'esame della legge finanziaria al Senato. Sull'emendamento che ha visto il governo battuto aggiunge: «Non mi sembra un elemento straordinario». «Si è verificato tantissime volte - ha aggiunto il presidente del Consiglio -, anche quando c'erano maggioranze enormi in Parlamento». Insomma, chiude Prodi, «è il voto finale che è importante». Dal premier anche un accenno alla crescita. «Penso non sarà certo nelle percentuali che si desidererebbero ma tendiamo, vedrete, a non essere lontani dal 2% o qualcosa appena sotto al 2%» ha detto Prodi.
NESSUNO SCOSSONE - E lo «scivolone» viene minimizzato anche da altri esponenti del governo, dove si spiega che quello che è accaduto non comporta alcun «significato politico». «Nessun significato politico - puntualizza Giampaolo D'Andrea, sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento - vista la composizione di coloro che hanno votato a favore. Anche se c'è stato il soccorso di alcuni esponenti della maggioranza, poi però la maggioranza ha votato tutto l'articolo così emendato. Significa che l'emendamento in questione non è alternativo al testo». Per D'Andrea, però, possono esserci problemi di copertura.
«COME SARKOZY E ZAPATERO» - Soddisfatto invece lo stesso Giuseppe Valditara, autore dell'emendamento sui fondi all'Università: «È una grande vittoria per l'Università italiana. Si premia il merito, si privilegia la qualità dei giovani che si impegnano nella ricerca, finora dimenticata e vituperata dal governo di centrosinistra, che oggi siamo riusciti a battere nell'Aula del Senato». «Si tratta - aggiunge il senatore di An - di una misura già adottata in Francia da Sarkozy e da Zapatero in Spagna e che il nostro governo invece voleva rinviare derubricandola con un semplice ordine del giorno che, come sappiamo, non vale nulla. Ringraziamo quei senatori della maggioranza che hanno accolto con convinzione la nostra proposta che rappresenta un segnale forte per il futuro».

lunedì 12 novembre 2007

Agente spara, muore tifoso della LazioIl

da "La Stampa" del 11 novembre 2007

Questore: "E' stato un tragico errore". Gabriele Sandri, dj romano: è stato ucciso in un'area di servizio nei pressi di Arezzo

Gabriele Sandri colpito in un'area di sosta nei pressi di Arezzo. Rinviate Inter-Lazio e Roma e Cagliari. Sospesaper scontri la partita Atalanta-Milan
AREZZOUn ragazzo di 26 anni, Gabriele Sandri, è morto dopo uno scontro tra tifosi in un'area di servizio lungo l'A1, nel territorio di Arezzo. Il giovane è stato colpito da un colpo d'arma da fuoco esploso da un poliziotto. La vittima è un tifoso laziale. Il giovane è stato raggiunto da un colpo di pistola nell'area di servizio di Badia al Pino, dove si sono scontrati ultras della Lazio, diretti a Milano, e tifosi della Juventus in viaggio verso Parma.La vittima, un dj romanoGabriele Sandri era un noto dj della capitale e e amico di alcuni giocatori biancocelesti. Si stava recando a Milano insieme a tre amici per assistere alla partita della Lazio con l'Inter. Il giovane, oltre a fare il dj, aveva anche un negozio di abbigliamento a Roma. Sandri era un abbonato alla Lazio e che seguiva la squadra in tutte le trasferte. I suoi amici dicono che non era un supporter accanito e che non seguiva più da un pò di tempo le tifoserie. Sul suo blog lo ricordano come «un tifoso ma non un violento».La dinamica dei fattiA sparare è stato un agente della Polstrada, intervenuta per sedare la rissa tra i tifosi biancocelesti e juventini. L'agente ha una trentina di anni e diversi anni di esperienza in polizia. Da una prima ricostruzione sembrerebbe che l'agente era in auto con un collega nella corsia opposta a quella dove si trova l'autogrill. Accortisi della rissa, i poliziotti avrebbero fermato la macchina e attraversato l'autostrada. L'agente, sempre secondo quanto è stato possibile apprendere, avrebbe sparato due colpi, da una lunga distanza, uno dei quali avrebbe colpito il tifoso della Lazio. L'avvocato: «Colpito al collo mentre era in auto» Simile la ricostruzione dell'avvocato. Secondo il legale Gabriele Sandri sarebbe stato colpito nella parte posteriore del collo, mentre si trovava in auto. L'avvocato Luigi Conti, arrivato alla caserma della polizia stradale di Arezzo, si è qualificato come un amico della famiglia della vittima. Sempre secondo quanto spiegato, il proiettile sarebbe entrato nella vettura, una Megane, infrangendo il lunotto posteriore sinistro. L'auto, dopo l'accaduto è stata portata alla caserma della polizia stradale di Arezzo, con all'interno la salma. Il corpo di Sandri è stato poi rimosso intorno alle 13.30. La rabbia dei tifosi: «Assassini»Un gruppo di circa quindici tifosi della Lazio si è poi recato davanti alla caserma della polstrada di Arezzo, dove si trovano gli investigatori che indagano sulla morte di Gabriele e dove c'è anche il fratello della vittima. Gli ultras hanno urlato «Assassini, assassini» nei confronti della polizia. Il grido è partito quando davanti all'ingresso della caserma è arrivata una camionetta della polizia seguita da un carro attrezzi. I tifosi laziali, che non fanno parte del gruppo che si trovava con Sandri quando il giovane è stato colpito nell'area di servizio di Badia al Pino, sono arrivati ad Arezzo da Roma dopo aver saputo della morte del giovane.Il questore: «Un tragico errore» «E' stato un tragico errore», ha detto il questore di Arezzo Vincenzo Giacobbe in riferimento alla morte del giovane avvenuta nell'area di servizio di Badia al Pino: «Il nostro agente era intervenuto per evitare che i tafferugli tra due esigui gruppi di persone, che non erano stati individuati come tifosi, degenerassero con gravi conseguenze per entrambi. Esprimo profondo dolore e sincere condoglianze alla famiglia della vittima».Oggi l'autopsia, si cerca ancora il bossoloin programma oggi pomeriggio ad Arezzo l’autopsia sulla salma di Gabriele Sandri, il 28enne tifoso laziale ucciso ieri mattina da un proiettile, nell’area di servizio dell’A1 Badia al Pino (Ar). Ieri pomeriggio il questore di Arezzo Vincenzo Giacobbe ha confermato che un agente della Polizia Stradale di Battifolle ha esploso due colpi di pistola in aria a scopo intimidatorio, per sedare una rissa tra tifosi laziali e juventini nell’area di servizio, e ha confermato che Gabriele Sandri è stato ucciso da un proiettile, ma non ha messo ufficilamente in relazione i due fatti. L’autorità giudiziaria ha nominato un perito balistico e un medico legale per gli accertamenti di rispettiva competenza. La vicenda deve essere ancora ricostruita. Il bossolo che ha ucciso il tifoso laziale non è stato ancora trovato. Secondo alcuni supporter biancocelesti che hanno assistito alla scena, a esplodere il colpo sarebbe stato l’agente, che ha sparato alla macchina dall’area di servizio opposta a quella in cui si trovava la Renault Megane Scenic dove viaggiavano la vittima e i suoi cinque amici. L’agente coinvolto e i quattro amici di Gabriele Sandri sono stati ascoltati ieri dal pm di Arezzo Giuseppe Ledda, che conduce le indagini.

mercoledì 7 novembre 2007

Giuliani riapre la sfida tra neocon e teocon

6 Novembre 2007 Il Foglio


New York. La candidatura presidenziale di Rudy Giuliani alle primarie del Partito repubblicano ha riavviato l’antico dibattito interno alla destra americana tra neocon e teocon e ha aperto una vivace discussione pubblica se sia più urgente combattere il fascismo islamico o l’aborto americano. Le chance presidenziali di Giuliani e del Partito repubblicano dipendono da quale dei due argomenti prevarrà. L’ex sindaco di New York è (con John McCain) il più feroce avversario del fondamentalismo terrorista, ma è anche l’unico repubblicano favorevole a lasciare alle donne il diritto di interrompere la gravidanza. Se gli elettori repubblicani si convinceranno che è più importante sconfiggere la minaccia islamista, come a oggi segnalano i sondaggi, Giuliani otterrà la nomination ma, in ogni caso, rischia che la questione abortista convinca la destra religiosa a presentare alle elezioni generali un candidato indipendente che dividerà il voto conservatore e riconsegnerà la Casa Bianca ai democratici.Sebbene per la stampa italiana i neocon e i teocon siano sinonimi, si tratta invece di due gruppi culturalmente, politicamente e ideologicamente diversi. I neoconservatori provengono dal mondo liberal e sono convinti che l’America sia un paese speciale perché è stato fondato su un’idea – l’impegno per i diritti dell’uomo scolpito nella Dichiarazione d’indipendenza – e non sull’affiliazione etnica o religiosa. Anche i conservatori cristiani credono che l’America sia stata fondata intorno a un’idea, ma pensano che questa idea sia il cristianesimo. I neocon non sono contrari al ruolo pubblico della religione, anzi credono che una società ben costruita ne abbia bisogno, ma non fino al punto che lo stato debba dotarsi di codici ispirati alla legge di Dio.La tensione tra i due gruppi non è nuova, sebbene Ronald Reagan fosse riuscito a tenerli sotto lo stesso tetto, grazie al comune interesse di sconfiggere l’impero del male comunista e ateo. Nel 1996 lo scontro è esploso intorno all’idea, propagandata dalla destra religiosa, secondo cui la legalizzazione dell’aborto e dei diritti gay da parte del potere giudiziario, in aperto contrasto con le scelte delle assemblee elettive, potesse in sé giustificare una rivoluzione. I neoconservatori erano d’accordo nell’analisi del ruolo politico e militante del potere giudiziario, ma non hanno ceduto di un millimetro in difesa della Costituzione e della loro idea dell’America. L’11 settembre ha risanato la ferita su posizioni neocon, anche se alcuni tra i più radicali leader della destra religiosa (Jerry Falwell e Pat Robertson) all’indomani hanno imputato l’attacco alla tolleranza dell’aborto e dell’omosessualità, come se quegli aerei dirottati fossero una retribuzione divina alla perversione della società americana.La candidatura di Rudy Giuliani ha riaperto questo dibattito. Nei giorni scorsi National Review ha pubblicato un articolo di David Klinghoffer che accusa i sostenitori ebraici di Giuliani, cioè i neoconservatori Norman Podhoretz, Michael Rubin, David Frum, Peter Berkowitz e Daniel Pipes, di elevare la minaccia terroristica a danno delle questioni morali interne, cioè all’aborto. Klinghoffer, anche lui ebreo, contro la linea neocon ha schierato i Profeti delle scritture ebraiche, peraltro oggetto di un famoso studio di Norman Podhoretz di qualche anno fa. Klinghoffer ha ricordato che Geremia, Ezechiele e Isaia all’antico popolo di Israele consigliavano di correggere i comportamenti morali e spirituali perché la minaccia vera non era quella esterna dei babilo-fascisti o degli assiro-fascisti, ma quella della corruzione interna. I Profeti, scrive, sostenevano che la migliore difesa contro la minaccia straniera fosse la fedeltà ai comandamenti e che nel contesto della corrotta cultura morale di Israele, resistere a Babilonia sarebbe stato inutile. “Geremia – continua Klinghoffer – ha insegnato che la vera priorità era la purificazione della cultura, di cui la difesa contro Babilonia era soltanto un’espressione secondaria”. Secondo lo studioso del Discovery Institute, il centro di Seattle dedicato al Disegno Intelligente, “rispondere preventivamente al terrorismo islamico, sia quello di al Qaida sia quello iraniano, resta un obiettivo necessario e prudente, su cui un contendente presidenziale deve certamente avere un piano, ma negare l’orizzonte morale interno del paese non è né responsabile né saggio per combattere la Quarta guerra mondiale”. Rudy Giuliani e i suoi consiglieri neoconservatori non sono d’accordo.
Christian Rocca

Lenin e le bestialità di Diliberto

07 Novembre 2007

La mummia di Lenin «potremmo portarla a Roma» se, nella Russia postsovietica di Vladimir Putin, il Cremlino decidesse di rimuoverla. Oliviero Diliberto, nostalgico segretario del Partito dei comunistri Italiani lancia la sua provocazione , dopo aver depositato dei fiori al mausoleo di Vladimir Ilyich Ulyanov. L'On. Di Liberto, ospite di Gennady Ziuganov primate del Pc russo è a Mosca per la commemorazione dei 90 anni della Rivoluzione d'ottobre.
Netta reazione della classe politica italiana. Volontè capogruppo dell'Udc alla Camera afferma: "La porti a casa sua, l'Italia non può certo permettersi di diventare un ricettacolo di emuli dei genocidi comunisti d'Europa".
Chi invece la butta sul ridere è Maurizio Gasparri di An che propone uno scambio tra la mummia di Lenin e Diliberto: "Comunque è davvero triste avere personaggi così squalificanti per il nostro paese che girano nel mondo". Ma anche a sinistra la battuta di Diliberto non suscita consensi. "Noi siamo qui a parlare dei problemi e del rilancio della sinistra ma c'è qualcuno che pensa a dove collocare la salma di Lenin..." taglia corto il segretario di Rifondazione Franco Giordano. Di tutt'altro avviso il capogruppo del Pdci alla Camera Pino Sgobio: "A novant'anni dalla rivoluzione d'ottobre, Lenin evidentemente fa ancora paura sia agli anticomunisti. Tutto questo è la dimostrazione che il comunismo è ancora il futuro".

Enzo Cimino

Tariceanu: «Dobbiamo comunicare»

da "Corriere" del 07 novembre 2007

Bucarest: «Momento delicato. Governo italiano equilibrato, ma protegga i nostri concittadini»

Il premier rumeno, Tariceanu «È un momento difficile e delicato, ora dobbiamo comunicare». E' un invito alla collaborazione quello lanciato dal premier romeno Calin Popescu Tariceanu pochi minuti prima di imbarcarsi sull'aereo che da Bucarest lo conduce a Roma dove oggi incontrerà il presidente del consiglio, Romano Prodi. Il capo del governo rumeno mette da parte le polemiche dopo il disappunto espresso nei giorni scorsi dal presidente della Romania, Basescu, che ha condannato il decreto sicurezza e in particolare le modalità con cui avverrebbero le espulsioni, giudicate una misura fomentatrice di odio nei confronti della popolazione romena.
«DISCUTIAMO DA AMICI» - Taricenau, che a sua volta aveva espresso dubbi sui contenuti del provvedimento, si dice oggi pronto al confronto e ai giornalisti italiani che lo hanno interpellato all'aeroporto ha rilasciato dichiarazioni estremamente diplomatiche. «Ho molto apprezzato la posizione del governo italiano, molto equilibrata nel tragico contesto dei fatti di Roma» ha detto Taricenau, spiegando di attendersi una discussione con l'Italia «come veri partner, così come accaduto in passato».
«ALLARME XENOFOBIA» - Taricenau ha però definito «assolutamente preoccupante» l'ondata di xenofobia in Italia nei confronti dei romeni e ha sottolineato che la maggioranza sono comunque «cittadini onesti, e io chiederò al governo italiano di proteggerli». Infine, il primo ministro romeno ha ricordato le misure varate dal suo governo per fronteggiare i problemi dell'immigrazione: «Sono state prese misure per rassicurare la maggioranza dei romeni in Italia - ha detto - per garantire l'assistenza giuridica gratuita ai romeni coinvolti in fatti criminali». Il governo romeno ha inoltre intenzione di aprire «molti più consolati in Italia».
L'INCONTRO CON IL PAPA - Il capo del governo di Bucarest ha tra l'altro in agenda per oggi anche l'incontro con Papa Benedetto XVI: al termine dell'udienza generale, in una saletta attigua all'aula Paolo VI in Vaticano, Tariceanu vedrà il pontefice e gli esprimerà il ringraziamento ufficiale della Romania per quanto la Chiesa fa per sostenere gli immigrati e educare a sentimenti di tolleranza e integrazione.
EQUILIBRI DIFFICILI - Anche il governo italiano, del resto, ha sembra orientato a non alimentare le tensioni. Il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, ha fatto sapere che non ci saranno espulsioni di massa. La questione è delicata anche sul piano politico interno: da un lato l'opposizione chiede una restrizione delle maglie per gli ingressi dalla Romania e interventi seri sul fronte dell'espulsione dei soggetti indesiderati; dall'altro Rifondazione comunista minaccia di far mancare il proprio sostegno qualora il decreto non venga ammorbidito non inserendo, ad esempio, la mancanza di un reddito tra le motivazioni idonee a determinare gli allontamenti forzati.
«UE COLTA DI SORPRESA» - Intanto anche Prodi parla della questione rumena e lo fa con un'intervista al Financial Times in cui spiega che «l’affluenza dei romeni ha colto l’Unione europea di sorpresa». Su quanti siano i romeni entrati in Italia da quando la Romani è entrata in Europa il 1 gennaio scorso, Prodi risponde: «Nessuno lo sa». L’ex presidente della Commissione europea difende il principio della libera circolazione dei cittadini europei, sottolineando che l’Italia ha un disperato bisogno di manodopera straniera. «Ripeto sempre che questo è il miglior modo per esportare la democrazia», insiste il nostro primo ministro. Qualche generazione fa, erano gli italiani - ricorda Prodi - a lasciare il loro paese in cerca di lavoro. Sono circa 3 milioni gli immigrati arrivati nel Belpaese: «Psicologicamente e socialmente, la velocità e l’impatto sono incredibili», aggiunge, ma anche lui, come Amato, promette che «non ci saranno espulsioni di massa». Poi, in mattinata, recandosi alla Camera per votare il nuovo capogruppo dell'Ulivo in sostituzione di Franceschini, a proposito dell'incontro con il suo omologo rumeno comenta: «Abbiamo preparato le cose seriamente, quindi sono sereno».

Addio a Enzo Biagi, domani i funerali nel Bolognese

da "Unità" del 06 novembre 2007


Enzo Biagi è morto poco dopo le otto di martedì 6 novembre, a 87 anni, nella clinica Capitanio di Milano, dove era ricoverato da una decina di giorni. Al momento del decesso del popolare giornalista e scrittore c'erano al capezzale le due figlie Bice e Carla, e i generi di Biagi. Contrariamente a quanto accaduto nelle sere passate, le due figlie avevano trascorso la notte nella propria abitazione. I funerali del giornalista saranno celebrati giovedì a Pianazzo in provincia di Bologna: «Lo portiamo nel posto da dove lui diceva sempre di non essere mai partito», ha detto la figlia Bice. Testimone del secolo che come pochi altri ha saputo declinare la sua vocazione al giornalismo in tutti i media - dalla carta stampata, ai libri, alla tv, Enzo Biagi nasce a Lizzano in Belvedere, un paese dell'Appennino tosco-emiliano in provincia di Bologna, il 9 agosto del 1920. Figlio di una famiglia non abbiente, inizia la carriera giornalistica appena diciottenne al Resto del Carlino, senza per questo interrompere gli studi. A 21 anni diventa professionista, poi viene richiamato alle armi e l'8 settembre 1943, per non aderire alla Repubblica di Salò, si unisce ai gruppi partigiani. Il 21 aprile del '45 entra a Bologna con le truppe alleate e annuncia dai microfoni della Pwb la fine della guerra. Nel 1952 viene chiamato al settimanale «Epoca», di cui diventa direttore e in questi anni inizia la sua collaborazione con la Rai. Nel 1961 va a dirigere il Tg e l'anno seguente fonda il primo rotocalco televisivo. Lasciata la direzione del Tg passa a La Stampa come inviato dove rimarrà una decina di anni, poi in seguito la sua firma comparirà tra l'altro su La Repubblica, Il Corriere della sera e Panorama. Ma non abbandona la Rai a cui collabora dando vita a numerose trasmissioni - Dicono di lei, Proibito, Film dossier, Linea diretta, Spot, Il caso, per citarne solo alcune - in cui è soprattutto stato a colloquio con grandi personaggi del secolo. Dal 1991 dà vita ad un programma ogni anno: il suo lavoro per la radiotelevisione pubblica si conclude il 31 maggio del 2002 con l'ultima puntata del programma 'Il Fattò, appuntamento quotidiano di grande ascolto in onda per oltre 700 puntate dal 1995. La trasmissione chiude dopo le polemiche legate alle accuse di faziosità che gli vengono rivolte dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi per l'intervista a Roberto Benigni. Sino a quest'anno le sue apparizioni televisive sono state soltanto due su Raitre, come ospite a "Che tempo che fa" da Fabio Fazio e a "Primo piano". Quindi torna per l'ultima volta a avere una trasmissione in Rai nel 2007, che emblematicamente ha il titolo della sua prima: "Rt-Rotocalco televisivo". È autore di un'enorme mole di studi a carattere storico e documentaristico, ma anche tra memoria e narrazione, che comprende oltre 80 titoli.

lunedì 5 novembre 2007

Palermo, catturati i boss Lo Piccolo

da "Corriere" del 05 novembre 2007

Salvatore e Sandro, padre e figlio, presi durante un "summitit" di mafia. Grasso: erano eredi di Provenzano
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AUDIO - Forgione (Antimafia): «Ora le mani sui patrimoni dei boss»

Foto segnaletica di Sandro Lo Piccolo catturato assieme al padre, il boss Salvatore Lo Piccolo considerato l'«erede» di ProvenzanoPALERMO- Colpo ai vertici di Cosa Nostra. La polizia ha catturato in una villetta tra Cinisi e Terrasini, nel Palermitano, i boss latitanti Salvatore e Sandro Lo Piccolo. Con i due, padre e figlio, sono stati presi anche i latitanti Gaspare Pulizzi e Andrea Adamo. I quattro, arrestati dagli uomini della «Catturandi» in una villetta tra Cinisi e Terrasini figuravano tutti tra i trenta maggiori ricercati d'Italia. Salvatore Lo Piccolo in particolare, latitante dal 1983, era ritenuto al vertice di Cosa Nostra palermitana. Dopo la cattura di Bernardo Provenzano infatti, avrebbe assunto il controllo dell'organizzazione criminale contendendo la leadership a Matteo Messina Denaro, boss latitante del Trapanese. E la conferma arriva dal procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso: «Salvatore Lo Piccolo - ha detto Grasso - in questo momento era l'unico in grado di raccogliere l'eredità di Provenzano e quindi era il vertice di Cosa nostra palermitana e stava tentando la scalata al vertice dell'organizzazione».
ADAMO E PULIZZI - Anche gli altri due capimafia catturati nell'operazione, Andrea Adamo e Gaspare Pulizzi, vengono indicati dagli investigatori come boss di prima grandezza. Adamo sarebbe il nuovo reggente del rione Brancaccio, tradizionale feudo di Cosa Nostra, mentre Pulizzi controllerebbe il paese di Carini.
IL BLITZ - Una quarantina i poliziotti della sezione «Catturandi» della Polizia di Palermo impegnati nella cattura dei boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo, Gaspare Pulizzi e Andrea Adamo. I poliziotti dopo aver circondato la villetta nei pressi di Carini, per evitare la fuga dei ricercati che erano riuniti in un garage ed erano armati, avrebbero pure esploso alcuni colpi di pistola. Gli agenti della Catturandi hanno seguito due favoreggiatori dei boss (arrestati anche loro), che li hanno portati alla villetta. Qui è scattato il blitz. Nel covo sono state rinvenute armi e munizioni, denaro e documenti che sono al vaglio degli investigatori. Le indagini sfociate nella cattura didei Lo Piccolo sono state condotte dai pm Nico Gozzo, Gaetano Paci e Francesco Del Bene. L'inchiesta è stata coordinata dal procuratore aggiunto Alfredo Morvillo.
«TI AMO PAPA'» - Salvatore e Sandro Lo Piccolo sono rimasti barricati per qualche minuto nella villetta dove era in corso un summit mafioso. Padre e figlio si sono arresi dopo che gli agenti hanno sparato alcuni colpi d'arma da fuoco in aria a scopo intimidatorio. Quando è stato arrestato Sandro ha ripetuto in lacrime: «Ti amo papà».
Salvatore Lo Piccolo in una immagine di repertorio (Ansa)VILLE AL MARE - I boss mafiosi Salvatore e Sandro Lo Piccolo sono stati arrestati in due vere e proprie abitazioni tra Cinisi e Terrasini: non in un casolare immerso nelle campagne, come invece accadde con Bernardo Provenzano dunque, ma in appartamenti veri e propri, anche se periferici, vicino al mare.
«ESTREMAMENTE SODDISFATTI» - «Siamo estremamente soddisfatti. I personaggi arrestati non sono solo latitanti ma capimafia che esercitavano il loro potere sul territorio». Queste le aprole del procuratore di Palermo Francesco Messineo. Ci attendiamo adesso una serie di conseguenze positive di disarticolazione dell'apparato criminale - ha aggiunto - ed anche sul piano di possibili collaborazioni di imprenditori e commerciati, venuto meno il sostegno dei boss catturati». «Un riconoscimento particolare - ha concluso Messineo - va alla polizia e alla grande professionalità dimostrata nel condurre questa operazione».
CUFFARO - «Un plauso alla polizia di stato ed in particolare agli uomini della squadra Catturandi della Squadra Mobile di Palermo» è stato espresso dal governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro. L'auspicio del presidente della Regione è che la cattura dei Lo Piccolo rappresenti un «colpo mortale definitivo a Cosa Nostra». «L'arresto dei boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo e di Andrea Adamo e Gaspare Pulizzi, scovati durante un summit di mafia in un comune alle porte di Palermo, è un successo di cui tutti i siciliani sono fieri ed orgogliosi» ha detto Cuffaro.
BORSELLINO E ORLANDO - «La cattura di Sandro e Salvatore Lo Piccolo sono il risultato del lavoro della Dda, nonostante le difficoltà di mezzi e risorse». Così Rita Borsellino, esponente dell'Unione e sorella del magistrato Paolo ucciso Da Cosa Nostra. «Dopo Provenzano e in attesa della cattura di Matteo Messina Denaro, l'arresto dei Lo Piccolo è un colpo importante alla criminalità mafiosa» ha dichiarato Leoluca Orlando, portavoce nazionale dell'Idv, che ha espresso il proprio apprezzamento per il lavoro del capo della Polizia di Stato e alla Questura di Palermo.