mercoledì 31 ottobre 2007

"Dopo Prodi", il 57% vuole le elezioniPd, l'alleato preferito è Di Pietro

da "Repubblica" del 30 ottobre 2007

L'Idv piace a 7 democratici su 10, la sinistra radicale a 5. Solo 3 approvano il rapporto con l'Udeur e molti preferirebbero


Nuove elezioni: è questa la soluzione preferita dagli italiani in caso di caduta del governo. La fragilità della maggioranza, al Senato, e i conflitti che animano la coalizione rendono la tenuta dell'esecutivo una questione sempre attuale. Per questo, una indagine Demos-Eurisko ha sondato, per "la Repubblica", le preferenze degli elettori rispetto ai diversi scenari del "dopo-Prodi". Gli orientamenti degli intervistati delineano una situazione fluida circa la geometria delle alleanze e gli stessi confini degli schieramenti. In particolare, gli elettori del neonato Pd confermano il patto con le forze della sinistra radicale e con l'Italia dei Valori di Di Pietro.

Più difficile appare oggi il rapporto con l'Udeur, tanto che quasi un elettore su due, pur respingendo l'ipotesi di una "grande coalizione", vede con favore una futura intesa con l'Udc di Casini. Il dopo Prodi. Un governo di larghe intese è la soluzione preferita dal 16% degli intervistati. Un nuovo governo di centrosinistra, invece, è visto con favore dal 13%, ma questa percentuale sale fino al 31% tra gli elettori dell'Unione e coinvolge oltre un elettore su tre del Partito Democratico. Tuttavia, la soluzione preferita dall'opinione pubblica è il ricorso alle urne (57%). Questo dato tocca la sua punta massima proprio tra gli elettori di centrodestra (73%), mentre più contenuta (42%) è la quota tra coloro che dichiarano il proprio voto per l'Unione, in generale (e il Pd, in particolare: 40%). La prospettiva di elezioni anticipate (o di un nuovo governo) rende interessante comprendere se e in che modo muteranno gli attuali assetti dell'Unione e della CdL. In particolare, per un partito "nuovo", come quello di Veltroni, si apre la questione delle alleanze "possibili". Il sondaggio ha indagato quali forze siano maggiormente gradite dall'elettorato del Pd in un'ottica di coalizione.
Le alleanze del Partito Democratico. L'Italia dei Valori di Di Pietro è "scelta" come alleato da sette elettori del Pd su dieci. Seguono le forze della Sinistra (Rifondazione Comunista, i Verdi, il Pdci) che un elettore del Pd su due vede come possibili partner. L'elettorato del Pd, dunque, si presenta aperto rispetto alle formazioni che compongono l'attuale maggioranza di governo: l'unica eccezione, in questo senso, sembra riguardare l'Udeur. Appena il 29% confermerebbe l'intesa con il partito del Guardasigilli, cui viene preferita l'alleanza con l'Udc di Casini. Ben il 46% degli intervistati si dice pronto, infatti, a rivedere la maggioranza uscita dal voto del 2006, superando, al centro, l'attuale perimetro dell'Unione. Solo una piccola componente, invece, immagina intese ancora più "larghe": l'8% "aprirebbe a Forza Italia e appena il 3% alla Lega Nord. Va sottolineato, allo stesso tempo, come una componente non trascurabile, fra i "democratici", ribadisca la vocazione "maggioritaria" del partito: il 38%, infatti, sarebbe disponibile a sostenere una competizione elettorale solitaria, senza concludere alleanze "preventive". La prospettiva degli alleati. La stessa questione, infine, è stata affrontata dal punto di vista degli attuali partner del Pd, rilevando come i loro sostenitori valutino le possibili alleanze della formazione guidata da Veltroni. Rispetto al totale dell'elettorato dell'Unione, la Sinistra Radicale si orientata maggiormente verso una conferma dell'attuale alleanza di governo, anche se con una "sostituzione al centro" tra Udc e Udeur. Anche fra coloro che destinano il proprio voto agli "altri partiti" del centro-sinistra, le preferenze rispondono ad una logica di riedizione dell'attuale maggioranza, sebbene anche in questo segmento la difficile "coabitazione" con l'Udeur sembri richiamare le tensioni di questi giorni.

Monaci di nuovo in strada in Birmania

dal "Corriere" del 30 ottobre 2007

Manifestazione di un centinaio di religiosi nel nord del paese. Giunta sotto accusa: «arruola i bambini»

RANGOON - Per la prima volta, dopo le violente repressioni delle manifestazioni anti-governative dello scorso mese, un centinaio di monaci buddisti è sceso di nuovo in strada, intonando canti, nel nord della Birmania. I monaci, che hanno sfilato recitando preghiere per circa un’ora, sono partiti dalla pagoda Shwegu, a Pakokku, un centro con oltre 80 monasteri, che si trova a oltre 600 chilometri a nord ovest di Rangoon. La manifestazione si è svolta senza incidenti, hanno detto due monaci contattati telefonicamente, che hanno parlato in condizione di anonimato.
«BAMBINI ARRUOLATI NELL'ESERCITO» L'’organizzazione americana per la difesa dei diritti dell’uomo Human Rights Watch (Hrw) ha accusato la giunta militare birmana di arruolare bambini nelle sue forze armate. Secondo Hrw, i reclutatori del governo arruolano i bambini a causa del «continuo ampliamento dell’esercito, l’elevato tasso di diserzione e la mancanza di volontari». «I reclutatori militari e i mediatori civili ricevono pagamenti in contanti e altri incentivi per ogni nuova recluta, anche se il reclutamento viola palesemente l’età minima o i criteri di salute», dice Hrw nel suo rapporto di 135 pagine.
NUOVA MISSIONE ONU - L'inviato speciale delle Nazioni Unite per la Birmania, Ibrahim Gambari, compirà la sua seconda missione birmana a partire dal prossimo fine settimana, dal 3 all'8 novembre, secondo quanto rivelano fonti diplomatiche occidentali a Rangoon.

domenica 28 ottobre 2007

L’anomalia oggi non sono il Pd e Forza Italia ma tutti gli altri partiti

da "Il Foglio" del 27 ottobre 2007

Per Rusconi in Italia manca il carisma delle istituzioni. Per Gualtieri, partito senza tessere uguale partito senza voti

Roma. Oggi si riunisce per la prima volta l’assemblea costituente del Partito democratico. Una nuova forza politica dal nome americano e dalla gestazione un po’ sudamericana, con 2.800 costituenti eletti su liste bloccate e qualche confusione nel calcolo dei voti e nell’assegnazione dei seggi (più che comprensibile, peraltro, vista la mole dell’assemblea e la complessità del sistema elettorale). Del resto, un po’ americano e un po’ sudamericano è anche l’altro grande protagonista del nostro sistema politico: Forza Italia. La novità e l’anomalia della situazione salta agli occhi. In tutta Europa i due principali partiti si chiamano socialisti e popolari (o laburisti e conservatori). “L’anomalia non sta nel Partito democratico, né in Forza Italia, ma nel permanere di tutti gli altri, e nel proliferare dei micropartiti personali”, dice lo storico Gian Enrico Rusconi. “Se il Partito democratico sarà veramente un partito, e se sarà anche veramente democratico – dice Roberto Gualtieri, che oltre a essere uno storico è anche membro della costituente del Pd – allora vuol dire che in Europa ci stiamo tornando, non che ce ne stiamo allontanando”. Novità o anomalia del sistema politico italiano, la nascita del Partito democratico dovrebbe aprire una “nuova stagione”, secondo il felice slogan veltroniano, che è anche una delle poche cose su cui nel Pd sono tutti d’accordo. Ma aprire una nuova stagione, se le parole hanno un senso, comporta chiuderne un’altra, e su questo a essere d’accordo sono molti di meno. Soprattutto, a quanto pare, su quale sia la stagione da chiudere: quella del bipolarismo rissoso e delle coalizioni eterogenee (come ha detto Walter Veltroni parlando di “partito a vocazione maggioritaria”) o invece, ancora, la vecchia stagione dei partiti, con le loro correnti, le loro dinamiche, i loro pacchetti di tessere? La proposta del Foglio di un “partito senza tessere” ha raccolto molti autorevoli consensi, da Francesco Rutelli a Dario Franceschini, e lo stesso Veltroni si è detto molto interessato. Ma subito sono arrivati i distinguo, e anche il netto rifiuto di chi, come Pierluigi Bersani, non vuole “un partito liquido”. Probabile, dunque, che i costituenti si orientino sulla solita via di mezzo. “Il partito facciamolo moderno finché si vuole, ma purché sia tutti i giorni in tutti i luoghi – ha detto per esempio Bersani a Otto e Mezzo – altrimenti chi è che decide, il leader da solo?”. Non basta l’investitura del leader Un giudizio simile viene da Gualtieri, convinto che la costituente non potrà ridursi “all’investitura plebiscitaria di un leader, che poi magari dovrebbe ‘fuggire col malloppo’, assumendo il controllo totalitario del Pd e costruendo un partito senza aderenti, senza correnti, senza niente”. Ipotesi che non può affascinare il neosegretario, sostiene Gualtieri, perché condurrebbe a “un partito non solo senza tessere, ma soprattutto senza voti, destinato a durare ben poco”. Il problema, osserva Rusconi, sta nell’impropria “identificazione di americanismo e veltronismo, che sono due cose diverse”. Il veltronismo sarebbe una sorta di aspirazione “letteraria” al modello americano, ma “senza le basi istituzionali, politiche e culturali di quel modello”. Personalizzazione e approssimazione. Colpa, s’intende, più dell’informazione che di Veltroni. “Negli altri paesi, a partire dall’America – spiega Rusconi – c’è qualcosa che potremmo chiamare ‘carisma delle istituzioni’, per cui il presidente degli Stati Uniti è sempre il presidente, chiunque egli sia. E questo è un grande fattore di stabilità. In Italia, invece, il carisma è solo personale. Tentiamo di dare quest’aura almeno al Quirinale, ma con qualche fatica”. Anche questo, probabilmente, è alla base dell’anomalia italiana. “In tutti o quasi tutti i paesi europei la fine della Guerra fredda ha costretto i sistemi politici a rimodellarsi. Ma è come se in Italia ci fosse una particolare refrattarietà, che rende questo processo sempre incompiuto”. La ragione dell’anomalia italiana è semplice, dice Gualtieri, ed è che in Italia “tutti i grandi partiti sono crollati tra il 1991 e il 1993”. Dopodiché, condizione per uscire dal limbo di questi anni è “un sistema come quello tedesco, fatto di pochi grandi partiti chiamati a confrontarsi in una competizione virtuosa sulla soluzione dei problemi, e non a contrapporsi su schemi ideologici, in un bipolarismo rissoso e confuso perché definito solo per opposizione, in un’eterna e stucchevole guerricciola tra anticomunisti e antiberlusconiani”.

sabato 27 ottobre 2007

L’Italia scopre che i salari sono bassi

da "Il Riformista" del 27 ottobre 2007

In una situazione di caos come quella che sta caratterizzando la vita politica (e non solo quella) del nostro paese, faremmo tutti bene a dare ascolto agli «allarmi» che arrivano dai pulpiti più autorevoli. La premessa serve per spiegare che su un monito del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi si deve ragionare a fondo e non parlarne per un giorno e poi far finta di nulla. Ieri, intervenendo all’Università degli studi di Torino, Draghi si è soffermato sui salari. Evidenziando, parole sue, che i livelli retributivi dell’Italia «sono più bassi che negli altri principali paesi dell’Unione europea». Il governatore di Bankitalia è poi entrato nel dettaglio. Rilevando che «le differenze salariali rispetto agli altri paesi sono appena più contenute per i giovani, si ampliano per le classi centrali di età e tendono ad annullarsi per i lavoratori più anziani. Il differenziale è minore nelle occupazioni manuali e meno qualificate». Il dossier sulle retribuzioni è decisivo, soprattutto per i destini del governo. Se nell’ultimo anno non si fosse discusso delle tasche degli italiani, probabilmente (anzi, sicuramente) lo stato di precarietà dell’esecutivo e della maggioranza non sarebbero a questo livello. Anche per questo, l’intervento di ieri di Draghi ha avuto una vasta eco. Basti pensare che sul monito dell’inquilino di palazzo Koch si sono trovati d’accordo tanto il ministro rifondatore Paolo Ferrero («Notazione giusta») quanto il forzista Maurizio Sacconi («Parole sante»). Ci voleva l’autorevole monito del numero uno di via Nazionale perché la politica riuscisse a metabolizzare una verità incontrovertibile? In fondo, rimane un sospetto: le parole di Draghi alimenteranno i servizi di tg e giornali ma da lunedì tutto tornerà come prima. Anche perché, per lunedì, Ferrero e Sacconi sono attesi agli altri round dello scontro infinito tra governo e opposizione. Con i salari italiani che, complici l’incertezza e l’instabilità del quadro politico, rimarranno quelli che sono. E cioè tra i più bassi d’Europa.

giovedì 25 ottobre 2007

Prodi: «Esigo il rispetto degli impegni»

da "Corriere della Sera" del 25 ottobre 2007

Il premier agli alleati dopo le divisioni in Senato: «Le forze di maggioranza dicano se sostengono il governo»

ROMA - Un duro richiamo. In diretta televisiva. Dopo il giovedì terribile della maggioranza (quattro ko in Senato sul decreto fiscale collegato alla Finanziaria), Romano Prodi scende nella sala stampa di Palazzo Chigi e in un breve discorso trasmesso dal Tg3 lancia agli alleati quello che suona come un vero e proprio ultimatum: «Esigo il rispetto degli impegni».
IL BREVE DISCORSO - L'espressione del premier è quella dei momenti difficili. «Il nostro Governo - attacca Prodi - ha proposto all'approvazione del Parlamento una serie di importanti provvedimenti: il decreto fiscale, la legge finanziaria, le misure in favore dei più poveri, l'aumento delle pensioni più basse, le politiche per la casa, le pensioni e le politiche contro la precarietà. Contemporaneamente - ha proseguito Prodi - il Governo ha svolto una azione di stimolo verso il Parlamento per avviare la discussione sulle riforme istituzionali e sulla legge elettorale. Noi abbiamo fatto tutto questo per rilanciare l'economia e per portare un po' di equità nella società italiana». A questo punto arriva l'analisi di quanto avvenuto a Palazzo Madama: «La maggioranza che sostiene il Governo si è divisa al momento del voto non sull'impianto di
Romano Prodi (Emblema)queste grandi proposte, ma su fatti particolari, mettendo a rischio la realizzazione delle indispensabili riforme». Ed ecco l'affondo: «È giunto il momento che tutte le forze politiche della maggioranza dicano chiaramente se intendono continuare a sostenere il Governo o se vogliono invece far prevalere gli interessi di parte su quelli del Paese. Non pongo oggi il voto di fiducia, ma esigo che le forze politiche della maggioranza rispettino gli impegni che esse hanno assunto di fronte ai cittadini. Questo è quanto comunicherò nelle prossime ore a tutti i partiti della maggioranza». VELTRONI: SONO D'ACCORDO - Passano pochi minuti e le agenzie battono la prima reazione al discorso di Prodi: è quella di Walter Veltroni. «Concordo pienamente con il tono ed il contenuto dell'appello del presidente del Consiglio - afferma il leader del Partito Democratico -. Il Paese ha bisogno del massimo di solidità della maggioranza per rafforzare l'azione del governo. Questo è il primo impegno del Pd». A stretto giro di posta Prodi incassa anche il sostegno del segretario dei Ds, Piero Fassino, del leader della Margherita, Francesco Rutelli, e del ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio: «Condividiamo le parole di Prodi». Per Rifondazione Comunista, «il richiamo al rispetto degli impegni da parte della maggioranza deve valere per tutti». «E gli impegni - spiega il presidente dei deputati del Prc, Gennaro Migliore - sono l'applicazione della linea dettata dal programma». IDV E UDEUR - E l'Italia dei Valori, che in Senato ha votato con l'opposizione? Antonio di Pietro spiega che l'obiettivo dell'IdV è quello di «rafforzare il governo, non farlo cadere». Ma questo si può fare solo «realizzando impegni concreti» ed evitando la «politica dei veti» che la sinistra vuole imporre «spinta da furore ideologico». Il ministro delle Infrastrutture, in particolare, torna a spiegare le ragioni del voto dei senatori di Idv in Senato (salvo Franca Rame) contro l'emendamento che prevede la liquidazione della società "Ponte Stretto di Messina". «Noi - spiega - non abbiamo votato con il centrodestra, ma ci siamo espressi per ripristinare il testo originario del decreto, come era uscito dal Consiglio dei ministri. Per questa coerenza Prodi dovrebbe ringraziarci perché dà credibilità all'azione del governo». Anche quelli dell'Udeur (protagonisti nelle ultime settimane di aspre polemiche proprio con Di Pietro e l'IdV per il caso Mastella-De Magistris) affermano di non avere nulla da rimproverarsi: «Sottoscriviamo l’appello di Prodi - dice Mauro Fabris, capogruppo del Campanile alla Camer - e lo accogliamo in toto. Ma noi abbiamo dimostrato di essere leali, non abbiamo nulla da rimproverarci. L'appello non è rivolto all'Udeur». E Clemente Mastella aggiunge, sibillino: « «Prodi ha fatto bene a parlare. Si è rivolto a uno solo. Uno che non ha mai cambiato mestiere...».

Il loft, il red carpet, la convention

da "Il Foglio" del 25 ottobre 2007

Il Pd è un fatto nuovo? Ecco una domanda abbastanza significativa

Se due partiti che vengono da tradizioni mammuth come quella comunista e quella democristiana copulano per generare un figlio diverso dai genitori, un bebè non clonato che dovrà crescere e godere di vita propria in base a cromosomi nuovi; se vengono assistiti da tre milioni e mezzo di levatrici festanti, paganti e beneauguranti, in una specie di fecondazione a caldo; se scelgono un nome americano, Partito democratico, e discutono laicamente della possibilità di un partito senza tessere e congressi; se il tutore del piccolo non è un amministratore unico di ceppo togliattiano o dossettiano ma un profeta della bella politica de’ noantri, sindaco di Roma e americano a Roma, attualmente impegnatissimo nei riti del red carpet con Tom Cruise e Robert Redford; se la culla del partito è un loft, lo spazio simbolico più lontano possibile dai corridoi di Palazzo Sturzo e dagli antri cavernosi delle Botteghe Oscure; se l’assemblea costituente che terrà a battesimo statutario la creatura è composta di 2800 persone, giusto il numero di una convention a Las Vegas, dove la regia è tutto, i coriandoli sono tutto, la tv è quasi tutto, e il dibattito ideologico e politico quasi niente, perché prende altre vie e si esprime nel retroterra sociale e nelle istituzioni; se tutto questo è vero, se tutto questo si è dispiegato in effetti sotto i nostri occhi, sarà ben legittimo domandarsi se sia nato oppure no un nuovo fenomeno politico, paragonabile per analogia e opposizione, non per omologia, al fenomeno Berlusconi che da oltre un decennio ha sconvolto le regole della vecchia democrazia dei partiti nei modi che sappiamo? La risposta è affidata secondo noi a due elementi caratterizzanti, a due evidenze. La prima è che questo Partito democratico mantenga quel che ha promesso, una forma politica imperniata sulla cittadinanza e non sulla militanza, sulla società e non sul corpo politico strutturato alla stregua delle vecchie organizzazioni identitarie, con tessere e congressi, e sia quindi un partito che si limita (già un vaste programme) alla selezione della classe dirigente per la guida delle istituzioni, una macchina per elezioni (compresa la raccolta dei soldi e il raccordo di movimenti e aggregazioni politiche e sociali di riferimento). La seconda evidenza, che dimostrerebbe la nascita di qualcosa di nuovo, è che questo partito abbia una effettiva vocazione maggioritaria e non vada alle elezioni in una lista unionista comprendente il partito di Mastella, quello di Di Pietro, quello di Giordano, quello di Diliberto, quello di Pecoraro Scanio eccetera. Se il Partito democratico si rivelasse una macchina per congressi e una riedizione della coalizione unionista, vorrà dire che abbiamo scherzato, e che W. passeggerà su un black carpet, conterà tessere, e si sentirà molto solo e al freddo nel grande loft che si è appena apparecchiato.

Silvio: battuto sulla Rai,per Romano è finita

da "La Stampa" del 25 ottobre 2007


ROMAProbabilmente l’immagine offerta dal ministro Clemente Mastella sul governo, quella della Beirut dei bombardamenti e delle bombe, è la più azzeccata. Ogni giorno c’è un episodio che dimostra quanto l’attuale quadro politico sia inadeguato e quanto Romano Prodi inerme. Ieri mattina Silvio Berlusconi mettendo in atto la sua strategia del «logoramento» prima del colpo finale, ha dato il via libera alla mozione di sfiducia al Cda Rai. «L’importante - è l’indicazione che ha dato al fido Paolo Bonaiuti - è dimostrare che questo governo è in agonia. E la “sfiducia” al Cda della Rai, aldilà delle conseguenze, è un altro elemento, un altro tassello di questa strategia». Nelle stesse ore Romano Prodi ha tentato in tutti i modi di convincere Verdi, Rosa nel pugno, dipietristi e mastelliani a ritirare le mozioni di sfiducia al vertice Rai sulle quali ci sarebbe stata la convergenza dei voti del centro-destra. Il Professore ha usato, ovviamente, l’argomento opposto del Cavaliere. «In questa vicenda - ha spiegato - non è in gioco il Cda Rai, quanto l’immagine del governo. Se non le ritirate fate un piacere a Berlusconi». Un tentativo vano. O meglio, alla fine solo i Verdi hanno assecondato il premier. Gli altri sono rimasti fermi sulle loro posizioni. Così l’immagine della maggioranza che abbandona la commissione Rai per non essere battuta è diventata parte dell’album di fotografie sulla fine del governo del Professore. «E’ l’anticipo - è stato il commento del veltroniano Giulietti - di quello che avverrà in Parlamento». Appunto, Romano Prodi dà l’idea del premier asserragliato nell’ultima casamatta di Beirut. Al Senato la maggioranza traballa e si salva solo grazie al voto di Giulio Andreotti. Il Consiglio dei ministri non riesce a produrre uno straccio di provvedimento sulla sicurezza. Ci mancava solo la polemica tra il premier e il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, colpevole di aver ipotizzato un altro governo per fare la riforma elettorale. Quindi, di tutto e di più. Da una parte c’è un Professore che annaspa. Dall’altra c’è un Cavaliere che fa di tutto per mostrarsi sicuro. A palazzo Grazioli l’ex-presidente della Regione Puglia, Raffaele Fitto, si è trovato di fronte un personaggio arciconvinto. «Se metti in dubbio che si voterà a primavera - racconta - Berlusconi si incazza. Ha sulla scrivania uno schema di nomi e accanto l’elenco di tutti i senatori. Per lui dai sei agli otto sono già pronti a buttar giù Prodi. Ci mette la mano sul fuoco. Un’altra decina, invece, li considera possibili. C’è anche un ds. A sentire la Biancofiore, ad esempio, le trattative con quelli della Svp già sono molto avanti. Lo “showdown” non è previsto nelle votazioni di questi giorni al Senato. “Sarebbe del tutto inutile - mi ha spiegato il capo - mandare sotto il governo adesso perché non ci sarebbe la crisi, ma si limiterebbero a presentare un altro decreto”. Le danze si apriranno, invece, sulle votazioni sulle pregiudiziali di costituzionalità sulla Finanziaria e andranno avanti per buona parte del mese di novembre. E se c’è la crisi ci saranno pure le elezioni. Chi manda giù Prodi con il suo voto e si rifiuta di aprire la strada al voto rischia, infatti, di diventare un senza casa. Non avrebbe più asilo né nel centro-sinistra, né da noi». Se il piano del Cavaliere è fin troppo chiaro, quello del Professore è alquanto confuso. Naturalmente nelle prossime settimane Prodi continuerà a drammatizzare, ad additare i senatori della maggioranza che potrebbero mandarlo sotto come dei Giuda. «Questo governo - continua a ripetere - può cadere solo per corruzione». Contemporaneamente pensa di rabbonire l’aula di Palazzo Madama aprendo i cordoni della borsa sulla Finanziaria. «Dopo tanti anni - prevede Giulio Tremonti - è la prima finanziaria in stile Pomicino. Invece di ridurre il deficit lo allarga, siamo passati dall’1,8% al 2,4%». Infine c’è l’ultima mossa, quella caldeggiata dalla trimurti istituzionale Napolitano-Marini-Bertinotti. L’apertura a una riforma elettorale sul modello tedesco per lanciare un ponte verso l’Udc e la Lega. Un’ipotesi ad alto rischio per Prodi, visto che gira che ti rigira la sua «testa» potrebbe finire nella trattativa. Inoltre un’«operazione» del genere, con o senza Prodi, per partire ha bisogno dell’ok dell’Udc. Può permettersi un’operazione del genere Casini? Certo da una parte ha la possibilità di far saltare il «bipolarismo» e mettere in piedi un terzo polo. Dall’altra corre il rischio di arrivare indebolito all’appuntamento tanto agognato: ora i sondaggi danno l’Udc dal 4,2 al 3,5%, una conseguenza del dialogo con il centro-sinistra e con un governo impopolare. Un’alleanza più o meno camuffata degli ex-dc con il centro-sinistra per un governo che apra la strada al modello tedesco, gli costerebbe nuove perdite. C’è il rischio che Casini arrivi all’operazione terzo Polo con una legge adatta ma senza voti. Un bel rischio. Forse troppo alto se si pensa che andando al voto ora l’Udc avrebbe buone possibilità di tornare al governo e magari il suo leader potrebbe cimentarsi nel ruolo di ministro degli Esteri. In quella posizione potrebbe recuperare forze, attrarre nella sua orbita i cattolici dell’Ulivo delusi dal Pd e magari rinviare l’appuntamento con il tedesco al «dopo-voto». «Noi - spiega sicuro Luciano Ciocchetti, che conosce la pancia dell’Udc - non entreremo mai in un governo istituzionale senza Berlusconi». E’ quello su cui punta il Cavaliere che ieri ha inviato il suo ambasciatore per antonomasia, Gianni Letta, da Casini: «Capisco Napolitano - osservava ieri Berlusconi - ma in Italia un governo che non abbia i numeri non c’è mai stato». Insomma, rispetto a quello del Cavaliere i piani degli suoi avversari appaiono fin troppi confusi: non si sa se contemplino la sopravvivenza di Prodi, oppure no; pretendono che Veltroni rinunci al bipolarismo ma non gli offrono un quadro di alleanze certo. Di fatto, sono figli più che altro della paura dei vari Marini, D’Alema, Fassino e Rutelli di perdere non solo il governo, ma anche la loro influenza nel Pd. «Un gruppo dirigente - è la chiosa del capogruppo verde Angelo Bonelli - che si è rivelato inadeguato. Che ne ha sbagliate tante. Troppe».
AUGUSTO MINZOLINI