mercoledì 7 novembre 2007

Giuliani riapre la sfida tra neocon e teocon

6 Novembre 2007 Il Foglio


New York. La candidatura presidenziale di Rudy Giuliani alle primarie del Partito repubblicano ha riavviato l’antico dibattito interno alla destra americana tra neocon e teocon e ha aperto una vivace discussione pubblica se sia più urgente combattere il fascismo islamico o l’aborto americano. Le chance presidenziali di Giuliani e del Partito repubblicano dipendono da quale dei due argomenti prevarrà. L’ex sindaco di New York è (con John McCain) il più feroce avversario del fondamentalismo terrorista, ma è anche l’unico repubblicano favorevole a lasciare alle donne il diritto di interrompere la gravidanza. Se gli elettori repubblicani si convinceranno che è più importante sconfiggere la minaccia islamista, come a oggi segnalano i sondaggi, Giuliani otterrà la nomination ma, in ogni caso, rischia che la questione abortista convinca la destra religiosa a presentare alle elezioni generali un candidato indipendente che dividerà il voto conservatore e riconsegnerà la Casa Bianca ai democratici.Sebbene per la stampa italiana i neocon e i teocon siano sinonimi, si tratta invece di due gruppi culturalmente, politicamente e ideologicamente diversi. I neoconservatori provengono dal mondo liberal e sono convinti che l’America sia un paese speciale perché è stato fondato su un’idea – l’impegno per i diritti dell’uomo scolpito nella Dichiarazione d’indipendenza – e non sull’affiliazione etnica o religiosa. Anche i conservatori cristiani credono che l’America sia stata fondata intorno a un’idea, ma pensano che questa idea sia il cristianesimo. I neocon non sono contrari al ruolo pubblico della religione, anzi credono che una società ben costruita ne abbia bisogno, ma non fino al punto che lo stato debba dotarsi di codici ispirati alla legge di Dio.La tensione tra i due gruppi non è nuova, sebbene Ronald Reagan fosse riuscito a tenerli sotto lo stesso tetto, grazie al comune interesse di sconfiggere l’impero del male comunista e ateo. Nel 1996 lo scontro è esploso intorno all’idea, propagandata dalla destra religiosa, secondo cui la legalizzazione dell’aborto e dei diritti gay da parte del potere giudiziario, in aperto contrasto con le scelte delle assemblee elettive, potesse in sé giustificare una rivoluzione. I neoconservatori erano d’accordo nell’analisi del ruolo politico e militante del potere giudiziario, ma non hanno ceduto di un millimetro in difesa della Costituzione e della loro idea dell’America. L’11 settembre ha risanato la ferita su posizioni neocon, anche se alcuni tra i più radicali leader della destra religiosa (Jerry Falwell e Pat Robertson) all’indomani hanno imputato l’attacco alla tolleranza dell’aborto e dell’omosessualità, come se quegli aerei dirottati fossero una retribuzione divina alla perversione della società americana.La candidatura di Rudy Giuliani ha riaperto questo dibattito. Nei giorni scorsi National Review ha pubblicato un articolo di David Klinghoffer che accusa i sostenitori ebraici di Giuliani, cioè i neoconservatori Norman Podhoretz, Michael Rubin, David Frum, Peter Berkowitz e Daniel Pipes, di elevare la minaccia terroristica a danno delle questioni morali interne, cioè all’aborto. Klinghoffer, anche lui ebreo, contro la linea neocon ha schierato i Profeti delle scritture ebraiche, peraltro oggetto di un famoso studio di Norman Podhoretz di qualche anno fa. Klinghoffer ha ricordato che Geremia, Ezechiele e Isaia all’antico popolo di Israele consigliavano di correggere i comportamenti morali e spirituali perché la minaccia vera non era quella esterna dei babilo-fascisti o degli assiro-fascisti, ma quella della corruzione interna. I Profeti, scrive, sostenevano che la migliore difesa contro la minaccia straniera fosse la fedeltà ai comandamenti e che nel contesto della corrotta cultura morale di Israele, resistere a Babilonia sarebbe stato inutile. “Geremia – continua Klinghoffer – ha insegnato che la vera priorità era la purificazione della cultura, di cui la difesa contro Babilonia era soltanto un’espressione secondaria”. Secondo lo studioso del Discovery Institute, il centro di Seattle dedicato al Disegno Intelligente, “rispondere preventivamente al terrorismo islamico, sia quello di al Qaida sia quello iraniano, resta un obiettivo necessario e prudente, su cui un contendente presidenziale deve certamente avere un piano, ma negare l’orizzonte morale interno del paese non è né responsabile né saggio per combattere la Quarta guerra mondiale”. Rudy Giuliani e i suoi consiglieri neoconservatori non sono d’accordo.
Christian Rocca

Lenin e le bestialità di Diliberto

07 Novembre 2007

La mummia di Lenin «potremmo portarla a Roma» se, nella Russia postsovietica di Vladimir Putin, il Cremlino decidesse di rimuoverla. Oliviero Diliberto, nostalgico segretario del Partito dei comunistri Italiani lancia la sua provocazione , dopo aver depositato dei fiori al mausoleo di Vladimir Ilyich Ulyanov. L'On. Di Liberto, ospite di Gennady Ziuganov primate del Pc russo è a Mosca per la commemorazione dei 90 anni della Rivoluzione d'ottobre.
Netta reazione della classe politica italiana. Volontè capogruppo dell'Udc alla Camera afferma: "La porti a casa sua, l'Italia non può certo permettersi di diventare un ricettacolo di emuli dei genocidi comunisti d'Europa".
Chi invece la butta sul ridere è Maurizio Gasparri di An che propone uno scambio tra la mummia di Lenin e Diliberto: "Comunque è davvero triste avere personaggi così squalificanti per il nostro paese che girano nel mondo". Ma anche a sinistra la battuta di Diliberto non suscita consensi. "Noi siamo qui a parlare dei problemi e del rilancio della sinistra ma c'è qualcuno che pensa a dove collocare la salma di Lenin..." taglia corto il segretario di Rifondazione Franco Giordano. Di tutt'altro avviso il capogruppo del Pdci alla Camera Pino Sgobio: "A novant'anni dalla rivoluzione d'ottobre, Lenin evidentemente fa ancora paura sia agli anticomunisti. Tutto questo è la dimostrazione che il comunismo è ancora il futuro".

Enzo Cimino

Tariceanu: «Dobbiamo comunicare»

da "Corriere" del 07 novembre 2007

Bucarest: «Momento delicato. Governo italiano equilibrato, ma protegga i nostri concittadini»

Il premier rumeno, Tariceanu «È un momento difficile e delicato, ora dobbiamo comunicare». E' un invito alla collaborazione quello lanciato dal premier romeno Calin Popescu Tariceanu pochi minuti prima di imbarcarsi sull'aereo che da Bucarest lo conduce a Roma dove oggi incontrerà il presidente del consiglio, Romano Prodi. Il capo del governo rumeno mette da parte le polemiche dopo il disappunto espresso nei giorni scorsi dal presidente della Romania, Basescu, che ha condannato il decreto sicurezza e in particolare le modalità con cui avverrebbero le espulsioni, giudicate una misura fomentatrice di odio nei confronti della popolazione romena.
«DISCUTIAMO DA AMICI» - Taricenau, che a sua volta aveva espresso dubbi sui contenuti del provvedimento, si dice oggi pronto al confronto e ai giornalisti italiani che lo hanno interpellato all'aeroporto ha rilasciato dichiarazioni estremamente diplomatiche. «Ho molto apprezzato la posizione del governo italiano, molto equilibrata nel tragico contesto dei fatti di Roma» ha detto Taricenau, spiegando di attendersi una discussione con l'Italia «come veri partner, così come accaduto in passato».
«ALLARME XENOFOBIA» - Taricenau ha però definito «assolutamente preoccupante» l'ondata di xenofobia in Italia nei confronti dei romeni e ha sottolineato che la maggioranza sono comunque «cittadini onesti, e io chiederò al governo italiano di proteggerli». Infine, il primo ministro romeno ha ricordato le misure varate dal suo governo per fronteggiare i problemi dell'immigrazione: «Sono state prese misure per rassicurare la maggioranza dei romeni in Italia - ha detto - per garantire l'assistenza giuridica gratuita ai romeni coinvolti in fatti criminali». Il governo romeno ha inoltre intenzione di aprire «molti più consolati in Italia».
L'INCONTRO CON IL PAPA - Il capo del governo di Bucarest ha tra l'altro in agenda per oggi anche l'incontro con Papa Benedetto XVI: al termine dell'udienza generale, in una saletta attigua all'aula Paolo VI in Vaticano, Tariceanu vedrà il pontefice e gli esprimerà il ringraziamento ufficiale della Romania per quanto la Chiesa fa per sostenere gli immigrati e educare a sentimenti di tolleranza e integrazione.
EQUILIBRI DIFFICILI - Anche il governo italiano, del resto, ha sembra orientato a non alimentare le tensioni. Il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, ha fatto sapere che non ci saranno espulsioni di massa. La questione è delicata anche sul piano politico interno: da un lato l'opposizione chiede una restrizione delle maglie per gli ingressi dalla Romania e interventi seri sul fronte dell'espulsione dei soggetti indesiderati; dall'altro Rifondazione comunista minaccia di far mancare il proprio sostegno qualora il decreto non venga ammorbidito non inserendo, ad esempio, la mancanza di un reddito tra le motivazioni idonee a determinare gli allontamenti forzati.
«UE COLTA DI SORPRESA» - Intanto anche Prodi parla della questione rumena e lo fa con un'intervista al Financial Times in cui spiega che «l’affluenza dei romeni ha colto l’Unione europea di sorpresa». Su quanti siano i romeni entrati in Italia da quando la Romani è entrata in Europa il 1 gennaio scorso, Prodi risponde: «Nessuno lo sa». L’ex presidente della Commissione europea difende il principio della libera circolazione dei cittadini europei, sottolineando che l’Italia ha un disperato bisogno di manodopera straniera. «Ripeto sempre che questo è il miglior modo per esportare la democrazia», insiste il nostro primo ministro. Qualche generazione fa, erano gli italiani - ricorda Prodi - a lasciare il loro paese in cerca di lavoro. Sono circa 3 milioni gli immigrati arrivati nel Belpaese: «Psicologicamente e socialmente, la velocità e l’impatto sono incredibili», aggiunge, ma anche lui, come Amato, promette che «non ci saranno espulsioni di massa». Poi, in mattinata, recandosi alla Camera per votare il nuovo capogruppo dell'Ulivo in sostituzione di Franceschini, a proposito dell'incontro con il suo omologo rumeno comenta: «Abbiamo preparato le cose seriamente, quindi sono sereno».

Addio a Enzo Biagi, domani i funerali nel Bolognese

da "Unità" del 06 novembre 2007


Enzo Biagi è morto poco dopo le otto di martedì 6 novembre, a 87 anni, nella clinica Capitanio di Milano, dove era ricoverato da una decina di giorni. Al momento del decesso del popolare giornalista e scrittore c'erano al capezzale le due figlie Bice e Carla, e i generi di Biagi. Contrariamente a quanto accaduto nelle sere passate, le due figlie avevano trascorso la notte nella propria abitazione. I funerali del giornalista saranno celebrati giovedì a Pianazzo in provincia di Bologna: «Lo portiamo nel posto da dove lui diceva sempre di non essere mai partito», ha detto la figlia Bice. Testimone del secolo che come pochi altri ha saputo declinare la sua vocazione al giornalismo in tutti i media - dalla carta stampata, ai libri, alla tv, Enzo Biagi nasce a Lizzano in Belvedere, un paese dell'Appennino tosco-emiliano in provincia di Bologna, il 9 agosto del 1920. Figlio di una famiglia non abbiente, inizia la carriera giornalistica appena diciottenne al Resto del Carlino, senza per questo interrompere gli studi. A 21 anni diventa professionista, poi viene richiamato alle armi e l'8 settembre 1943, per non aderire alla Repubblica di Salò, si unisce ai gruppi partigiani. Il 21 aprile del '45 entra a Bologna con le truppe alleate e annuncia dai microfoni della Pwb la fine della guerra. Nel 1952 viene chiamato al settimanale «Epoca», di cui diventa direttore e in questi anni inizia la sua collaborazione con la Rai. Nel 1961 va a dirigere il Tg e l'anno seguente fonda il primo rotocalco televisivo. Lasciata la direzione del Tg passa a La Stampa come inviato dove rimarrà una decina di anni, poi in seguito la sua firma comparirà tra l'altro su La Repubblica, Il Corriere della sera e Panorama. Ma non abbandona la Rai a cui collabora dando vita a numerose trasmissioni - Dicono di lei, Proibito, Film dossier, Linea diretta, Spot, Il caso, per citarne solo alcune - in cui è soprattutto stato a colloquio con grandi personaggi del secolo. Dal 1991 dà vita ad un programma ogni anno: il suo lavoro per la radiotelevisione pubblica si conclude il 31 maggio del 2002 con l'ultima puntata del programma 'Il Fattò, appuntamento quotidiano di grande ascolto in onda per oltre 700 puntate dal 1995. La trasmissione chiude dopo le polemiche legate alle accuse di faziosità che gli vengono rivolte dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi per l'intervista a Roberto Benigni. Sino a quest'anno le sue apparizioni televisive sono state soltanto due su Raitre, come ospite a "Che tempo che fa" da Fabio Fazio e a "Primo piano". Quindi torna per l'ultima volta a avere una trasmissione in Rai nel 2007, che emblematicamente ha il titolo della sua prima: "Rt-Rotocalco televisivo". È autore di un'enorme mole di studi a carattere storico e documentaristico, ma anche tra memoria e narrazione, che comprende oltre 80 titoli.

lunedì 5 novembre 2007

Palermo, catturati i boss Lo Piccolo

da "Corriere" del 05 novembre 2007

Salvatore e Sandro, padre e figlio, presi durante un "summitit" di mafia. Grasso: erano eredi di Provenzano
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AUDIO - Forgione (Antimafia): «Ora le mani sui patrimoni dei boss»

Foto segnaletica di Sandro Lo Piccolo catturato assieme al padre, il boss Salvatore Lo Piccolo considerato l'«erede» di ProvenzanoPALERMO- Colpo ai vertici di Cosa Nostra. La polizia ha catturato in una villetta tra Cinisi e Terrasini, nel Palermitano, i boss latitanti Salvatore e Sandro Lo Piccolo. Con i due, padre e figlio, sono stati presi anche i latitanti Gaspare Pulizzi e Andrea Adamo. I quattro, arrestati dagli uomini della «Catturandi» in una villetta tra Cinisi e Terrasini figuravano tutti tra i trenta maggiori ricercati d'Italia. Salvatore Lo Piccolo in particolare, latitante dal 1983, era ritenuto al vertice di Cosa Nostra palermitana. Dopo la cattura di Bernardo Provenzano infatti, avrebbe assunto il controllo dell'organizzazione criminale contendendo la leadership a Matteo Messina Denaro, boss latitante del Trapanese. E la conferma arriva dal procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso: «Salvatore Lo Piccolo - ha detto Grasso - in questo momento era l'unico in grado di raccogliere l'eredità di Provenzano e quindi era il vertice di Cosa nostra palermitana e stava tentando la scalata al vertice dell'organizzazione».
ADAMO E PULIZZI - Anche gli altri due capimafia catturati nell'operazione, Andrea Adamo e Gaspare Pulizzi, vengono indicati dagli investigatori come boss di prima grandezza. Adamo sarebbe il nuovo reggente del rione Brancaccio, tradizionale feudo di Cosa Nostra, mentre Pulizzi controllerebbe il paese di Carini.
IL BLITZ - Una quarantina i poliziotti della sezione «Catturandi» della Polizia di Palermo impegnati nella cattura dei boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo, Gaspare Pulizzi e Andrea Adamo. I poliziotti dopo aver circondato la villetta nei pressi di Carini, per evitare la fuga dei ricercati che erano riuniti in un garage ed erano armati, avrebbero pure esploso alcuni colpi di pistola. Gli agenti della Catturandi hanno seguito due favoreggiatori dei boss (arrestati anche loro), che li hanno portati alla villetta. Qui è scattato il blitz. Nel covo sono state rinvenute armi e munizioni, denaro e documenti che sono al vaglio degli investigatori. Le indagini sfociate nella cattura didei Lo Piccolo sono state condotte dai pm Nico Gozzo, Gaetano Paci e Francesco Del Bene. L'inchiesta è stata coordinata dal procuratore aggiunto Alfredo Morvillo.
«TI AMO PAPA'» - Salvatore e Sandro Lo Piccolo sono rimasti barricati per qualche minuto nella villetta dove era in corso un summit mafioso. Padre e figlio si sono arresi dopo che gli agenti hanno sparato alcuni colpi d'arma da fuoco in aria a scopo intimidatorio. Quando è stato arrestato Sandro ha ripetuto in lacrime: «Ti amo papà».
Salvatore Lo Piccolo in una immagine di repertorio (Ansa)VILLE AL MARE - I boss mafiosi Salvatore e Sandro Lo Piccolo sono stati arrestati in due vere e proprie abitazioni tra Cinisi e Terrasini: non in un casolare immerso nelle campagne, come invece accadde con Bernardo Provenzano dunque, ma in appartamenti veri e propri, anche se periferici, vicino al mare.
«ESTREMAMENTE SODDISFATTI» - «Siamo estremamente soddisfatti. I personaggi arrestati non sono solo latitanti ma capimafia che esercitavano il loro potere sul territorio». Queste le aprole del procuratore di Palermo Francesco Messineo. Ci attendiamo adesso una serie di conseguenze positive di disarticolazione dell'apparato criminale - ha aggiunto - ed anche sul piano di possibili collaborazioni di imprenditori e commerciati, venuto meno il sostegno dei boss catturati». «Un riconoscimento particolare - ha concluso Messineo - va alla polizia e alla grande professionalità dimostrata nel condurre questa operazione».
CUFFARO - «Un plauso alla polizia di stato ed in particolare agli uomini della squadra Catturandi della Squadra Mobile di Palermo» è stato espresso dal governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro. L'auspicio del presidente della Regione è che la cattura dei Lo Piccolo rappresenti un «colpo mortale definitivo a Cosa Nostra». «L'arresto dei boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo e di Andrea Adamo e Gaspare Pulizzi, scovati durante un summit di mafia in un comune alle porte di Palermo, è un successo di cui tutti i siciliani sono fieri ed orgogliosi» ha detto Cuffaro.
BORSELLINO E ORLANDO - «La cattura di Sandro e Salvatore Lo Piccolo sono il risultato del lavoro della Dda, nonostante le difficoltà di mezzi e risorse». Così Rita Borsellino, esponente dell'Unione e sorella del magistrato Paolo ucciso Da Cosa Nostra. «Dopo Provenzano e in attesa della cattura di Matteo Messina Denaro, l'arresto dei Lo Piccolo è un colpo importante alla criminalità mafiosa» ha dichiarato Leoluca Orlando, portavoce nazionale dell'Idv, che ha espresso il proprio apprezzamento per il lavoro del capo della Polizia di Stato e alla Questura di Palermo.

mercoledì 31 ottobre 2007

"Dopo Prodi", il 57% vuole le elezioniPd, l'alleato preferito è Di Pietro

da "Repubblica" del 30 ottobre 2007

L'Idv piace a 7 democratici su 10, la sinistra radicale a 5. Solo 3 approvano il rapporto con l'Udeur e molti preferirebbero


Nuove elezioni: è questa la soluzione preferita dagli italiani in caso di caduta del governo. La fragilità della maggioranza, al Senato, e i conflitti che animano la coalizione rendono la tenuta dell'esecutivo una questione sempre attuale. Per questo, una indagine Demos-Eurisko ha sondato, per "la Repubblica", le preferenze degli elettori rispetto ai diversi scenari del "dopo-Prodi". Gli orientamenti degli intervistati delineano una situazione fluida circa la geometria delle alleanze e gli stessi confini degli schieramenti. In particolare, gli elettori del neonato Pd confermano il patto con le forze della sinistra radicale e con l'Italia dei Valori di Di Pietro.

Più difficile appare oggi il rapporto con l'Udeur, tanto che quasi un elettore su due, pur respingendo l'ipotesi di una "grande coalizione", vede con favore una futura intesa con l'Udc di Casini. Il dopo Prodi. Un governo di larghe intese è la soluzione preferita dal 16% degli intervistati. Un nuovo governo di centrosinistra, invece, è visto con favore dal 13%, ma questa percentuale sale fino al 31% tra gli elettori dell'Unione e coinvolge oltre un elettore su tre del Partito Democratico. Tuttavia, la soluzione preferita dall'opinione pubblica è il ricorso alle urne (57%). Questo dato tocca la sua punta massima proprio tra gli elettori di centrodestra (73%), mentre più contenuta (42%) è la quota tra coloro che dichiarano il proprio voto per l'Unione, in generale (e il Pd, in particolare: 40%). La prospettiva di elezioni anticipate (o di un nuovo governo) rende interessante comprendere se e in che modo muteranno gli attuali assetti dell'Unione e della CdL. In particolare, per un partito "nuovo", come quello di Veltroni, si apre la questione delle alleanze "possibili". Il sondaggio ha indagato quali forze siano maggiormente gradite dall'elettorato del Pd in un'ottica di coalizione.
Le alleanze del Partito Democratico. L'Italia dei Valori di Di Pietro è "scelta" come alleato da sette elettori del Pd su dieci. Seguono le forze della Sinistra (Rifondazione Comunista, i Verdi, il Pdci) che un elettore del Pd su due vede come possibili partner. L'elettorato del Pd, dunque, si presenta aperto rispetto alle formazioni che compongono l'attuale maggioranza di governo: l'unica eccezione, in questo senso, sembra riguardare l'Udeur. Appena il 29% confermerebbe l'intesa con il partito del Guardasigilli, cui viene preferita l'alleanza con l'Udc di Casini. Ben il 46% degli intervistati si dice pronto, infatti, a rivedere la maggioranza uscita dal voto del 2006, superando, al centro, l'attuale perimetro dell'Unione. Solo una piccola componente, invece, immagina intese ancora più "larghe": l'8% "aprirebbe a Forza Italia e appena il 3% alla Lega Nord. Va sottolineato, allo stesso tempo, come una componente non trascurabile, fra i "democratici", ribadisca la vocazione "maggioritaria" del partito: il 38%, infatti, sarebbe disponibile a sostenere una competizione elettorale solitaria, senza concludere alleanze "preventive". La prospettiva degli alleati. La stessa questione, infine, è stata affrontata dal punto di vista degli attuali partner del Pd, rilevando come i loro sostenitori valutino le possibili alleanze della formazione guidata da Veltroni. Rispetto al totale dell'elettorato dell'Unione, la Sinistra Radicale si orientata maggiormente verso una conferma dell'attuale alleanza di governo, anche se con una "sostituzione al centro" tra Udc e Udeur. Anche fra coloro che destinano il proprio voto agli "altri partiti" del centro-sinistra, le preferenze rispondono ad una logica di riedizione dell'attuale maggioranza, sebbene anche in questo segmento la difficile "coabitazione" con l'Udeur sembri richiamare le tensioni di questi giorni.

Monaci di nuovo in strada in Birmania

dal "Corriere" del 30 ottobre 2007

Manifestazione di un centinaio di religiosi nel nord del paese. Giunta sotto accusa: «arruola i bambini»

RANGOON - Per la prima volta, dopo le violente repressioni delle manifestazioni anti-governative dello scorso mese, un centinaio di monaci buddisti è sceso di nuovo in strada, intonando canti, nel nord della Birmania. I monaci, che hanno sfilato recitando preghiere per circa un’ora, sono partiti dalla pagoda Shwegu, a Pakokku, un centro con oltre 80 monasteri, che si trova a oltre 600 chilometri a nord ovest di Rangoon. La manifestazione si è svolta senza incidenti, hanno detto due monaci contattati telefonicamente, che hanno parlato in condizione di anonimato.
«BAMBINI ARRUOLATI NELL'ESERCITO» L'’organizzazione americana per la difesa dei diritti dell’uomo Human Rights Watch (Hrw) ha accusato la giunta militare birmana di arruolare bambini nelle sue forze armate. Secondo Hrw, i reclutatori del governo arruolano i bambini a causa del «continuo ampliamento dell’esercito, l’elevato tasso di diserzione e la mancanza di volontari». «I reclutatori militari e i mediatori civili ricevono pagamenti in contanti e altri incentivi per ogni nuova recluta, anche se il reclutamento viola palesemente l’età minima o i criteri di salute», dice Hrw nel suo rapporto di 135 pagine.
NUOVA MISSIONE ONU - L'inviato speciale delle Nazioni Unite per la Birmania, Ibrahim Gambari, compirà la sua seconda missione birmana a partire dal prossimo fine settimana, dal 3 all'8 novembre, secondo quanto rivelano fonti diplomatiche occidentali a Rangoon.